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Per stare leggeri, un ironico e divertente articolo di Bruno Gambarotta. Su cui riflettere con un sorriso.

 

Le neve e la sicurezza assoluta. (La Stampa, 31 gennaio 2012)

 

DI BRUNO GAMBAROTTA

 

Adesso come faccio a far sì che i miei nipoti - già propensi a fare la tara ai miei racconti - mi credano quando dico che nel primo inverno di pace a Torino andavo a scuola camminando in una trincea di neve dalle sponde più alte di me.

Così alte che non potevo vedere dall’altra parte della strada? Ma è mai possibile?, mi chiedono. Chi era quell’incosciente di sindaco che vi faceva correre rischi così grandi? Il nome non me lo ricordo, so solo che era reduce dalla campagna di Russia (che sarà mai un po’ di neve, pare abbia detto a chi gli consigliava la chiusura delle scuole). Erano altri tempi, noi ragazzi non avevamo altre occasioni per divertirci, la neve e il gelo erano benvenuti. Alla sera, prima di ritirarci, buttavamo secchiate d’acqua fredda sui marciapiedi delle vie in discesa, così la mattina dopo la pista ghiacciata era pronta per lo spettacolo dei grandi che ruzzolavano fino in fondo. Il fatto è che eravamo ancora tutti magri, cadere e rialzarsi era uno scherzo. Adesso se uno sovrappeso scivola e cade, estrae il cellulare e la sua prima telefonata non è al 118 ma all’avvocato perché intenti causa al Comune. Conviene essere in tanti a cadere perché così ci mettiamo d’accordo e facciamo una class action, che costa meno e fa più notizia. La vera class action dovremmo farla noi, genitori e nonni, costretti a trascorrere la serata di domenica a organizzarci in fretta e furia per capire chi la mattina dopo si sarebbe occupato dei minori costretti a stare in casa; già avevamo fatto le prove generali con la presunta alluvione dell’autunno scorso. (I funzionari che hanno deciso la chiusura hanno avuto il permesso di portare i figli in ufficio). Del resto la meta a cui dobbiamo tendere tutti senza deflettere è la Sicurezza Assoluta. Cerchiamo almeno di avvicinarci il più possibile anche se siamo coscienti che non la raggiungeremo mai.

Dobbiamo fare in modo che i nostri ragazzi attraversino indenni i giorni dal lunedì al venerdì, proteggendoli da ogni rischio. Così durante il weekend potranno venire con noi in montagna, a sciare fuori pista, a sfiorare il ciglio dei burroni, a provare il brivido impagabile provocato dall’annuncio di un elevato rischio valanghe, mentre stiamo aprendo con gli sci una nuova pista. Sicurezza assoluta anche in campo alimentare, esami costanti per monitorare eventuali intolleranze (chi non può esibirne almeno un paio è uno sfigato), occhiuto e costante controllo sulle mense scolastiche e guai se di un ingrediente manca la filiera.

Il sabato i ragazzi saranno pronti per andare in pizzeria e ingozzarsi. Così la prossima estate potremo portarli in vacanza nei paesi del terzo mondo e gustare con loro quelle deliziose specialità cucinate sul marciapiede. Solo chi da giovane è vissuto al riparo da ogni pericolo ricordandosi di mettere sempre la felpa prima di uscire (è l’indumento che i bambini devono indossare quando le mamme hanno freddo), solo costoro da grandi correranno la Parigi-Dakar, faranno surf in California, si getteranno in canoa dalle rapide. Non prima di aver predisposto i documenti per fare causa al Comune che, come tutti sanno, è colpevole di tutto quel che succede. Ora non ci resta che prevedere quale sarà il prossimo evento capace di convincere il sindaco a chiudere le scuole. Una tempesta magnetica? Una fioritura fuori stagione dei ciliegi? Un’aurora boreale? L’arrivo delle prime rondini? Ho trovato: visti i cartelli nei viali che segnalano «Attenzione, pericolo di caduta castagne in autunno», a far chiudere le scuole sarà la caduta di una castagna in primavera.
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