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Oggi andiamo fuori tema rispetto al solito.

E' il settantesimo compleanno di Muhammad Alì, al secolo Cassius Clay "The greatest" (il più grande).

Personaggio unico ed affascinante.

 

Auguri.

 

Storiella.

Alì era a Roma. Disse a Gianni Minà, giornalista e suo grande amico, di voler conoscere Giovanni Paolo II. Alì avrebbe lasciato Roma il giorno dopo.

Minà provò a telefonare in Vaticano, senza speranza. L'agenda del Papa era certamente impegnata. Parlò con il segretario, che promise una risposta. Il Papa era disponibile e ben contento di incontrare il pugile. Questo il racconto del giornalista.

“Era il 1982 e accompagnai dal Papa il mio carissimo amico Cassius Clay. Giovanni Paolo II rivelò che quando era cardinale e dormiva ancora al collegio polacco chiedeva il permesso ai gestori del pensionato di scendere di notte in refettorio, dove era collocato l’unico apparecchio televisivo, per vedere i match del suo pugile preferito”.

“Il Papa, in occasione di quell’incontro disse ad Alì che era il più forte, ma con un punto debole, la vulnerabilità se attaccato sotto le braccia. Era un giudizio da vero competente di boxe che naturalmente inorgoglì il pugile. Quando il Papa offrì un ricordino della visita Mohamed, senza starci troppo a pensare, tirò fuori una sua fotografia e gliela dedicò, come si fa con un fan. Giovanni Paolo II la mise via contento”.

 

Ecco un testo, dal grande Gian Paolo Ormezzano, giornalista sportivo, che ripercorre le tappe principali della carriera di Mohammad Alì.

 

MUHAMMAD ALI’, 70 ANNI SUL RING . Di Gian Paolo Ormezzano.

 

Cassius Marcellus Clay compie 70 anni il 17 gennaio. Muhammad Alì ne compie 48 il 26 febbraio. Si tratta della stessa persona, ma è meglio non ricordarlo ad Alì, che dal 1964 ha preso il nuovo nome facendosi duramente musulmano, lui figlio di una fervente cristiana battista e di un pittore d’insegne discretamente affermato. Era già uno dei pugili più popolari, era da un giorno campione del mondo, era il grande peso massimo che sapeva, parole sue, “pungere come un’ape e svolazzare come una farfalla”.

  

 

Era pure un atleta nero bellissimo, alto 1,91, come peso massimo piuttosto leggero, 98 chili. Aveva sconfitto il giorno prima, appunto il 25 febbraio di quel 1964, Sonny Liston, “il terrore del ring”, in uno strano match, forse truccato a pro della mafia che aveva scommesso sul giovane Clay contro il grande favorito, un tipaccio vicino ad ambienti malavitosi. E in effetti lui, vincitore per ko al primo minuto, onestamente disse di non credere proprio di avere portato un colpo terribile, decisivo.

La sua epopea è legata soprattutto a tre incontri, ovviamente definiti tutti “del secolo”quello contro Sonny Liston, nel 1964 a Miami, con il campione in carica che – già detto – consegnò a Cassius Clay ventiduenne il titolo mondiale “sbattendo” la tempia contro un suo pugno neanche troppo violento. Quello contro Joe Frazier (morto all’alba del 2012) che fu dichiarato vincitore ai punti, grazie ad un knock down che spedì per un brevissimo tempo Alì al tappeto e condizionò i giudici, alla fine di una sfida tremenda in cui molti videro in realtà prevalere Alì (New York, 8 marzo 1971), il quale Alì distrusse poi Frazier in una terza sfida, a Manila, quattordici riprese di massacro

Quello contro George Foreman a Kinshasa, nel Congo, dove si confermò il più forte, il più grande, nella sfida detta del millennio. Dopo fu il declino, ma quella notte – 30 ottobre 1974 – lui stravinse, per abbandono del rivale all’ottava ripresa, per conto dei negri d’Africa, il continente delle sue radici a cui si era come riconsegnato, contro Foreman il negro d’America, sospettato di essere uno “zio Tom” amico dei bianchi. La gente di Kinshasa era tutta per lui, il grido in swahili era “Alì boma yè”, Alì uccidilo.

Sentivo bene quel grido mentre, a pochi giorni dal match, parlavo con Alì nella capitale della ex colonia belga, la repubblica detta Zaire (il nome locale del fiume Congo) sulla quale Mobutu regnava come un re spietato. Nella stanzetta dei massaggi, dentro lo stadio messo a nuovo per il match del secolo anzi del millennio, lui sdraiato sul lettino, Angelo Dundee, calabrese che di cognome vero faceva Merenda o giù di lì, il suo manager-confessore-guru, il giornalista italiano che stentava a capire l’inglese con il profondo “broad accent” del Sud del campione su cui operava un massaggiatore silenzioso. Avevo avuto lo straordinario privilegio di un’intervistona esclusiva grazie a Gianni Minà, collega/fratello, amico personale di Alì e di Dundee che mi aveva detto: “Nel nome di Gianni Alì ti riceve, nel nome di Dio e di Allah non chiamarlo mai Clay”.

 

Fuori dallo spogliatoio dello stadio strepitavano centinaia di giornalisti lì da tempo, il nuovo arrivato stava “dentro” con il campione troppo a lungo, stava sottraendo loro Alì alla brevissima quotidiana conferenza stampa di gruppo. Imbeccato da domande banali ma forse inevitabili su Roma nel suo ricordo di campione olimpico, Alì parlava e straparlava, diceva che Roma ai suoi albori aveva avuto un re negro.

 

Quale? Annibal o Asdrubal, non so bene.

 

Annibale era cartaginese, arabo, e non è mai stato re di Roma. Gli feci l’elenco dei primi monarchi, anche Asdrubal non c’era. Mi intestardii e lui si infuriò, un paio di volte fece intendere che voleva alzarsi dal lettino e venirmi vicino per convincermi di quello che diceva. Dietro di lui Angelo mi faceva cenno di lasciar perdere. Lasciai perdere, e forse persi l’occasione di essere messso ko da Muhamadd Alì. O da Cassius Clay, a piacere.

 

Rifiutato da sempre a parole il suo status di atleta da facile consumo da parte dei bianchi padroni, Cassius Clay si era fatto musulmano seguendo la predicazione di Malcom X, e nel 1967 si era negato come soldato statunitense ri-chiamato ad andare in Vietnam (una prima volta era stato scartato per scarsa istruzione). Disse: “Conosco i vietcong soltanto per quello che ci ha fatto vedere la televisione, comunque nessuno di loro mi ha mai chiamato negro, come invece accade nel mio Paese”.

 

Il negro aveva gettato nel fiume della sua città, Louisville nel Kentucky razzista, la medaglia d’oro vinta ai Giochi olimpici di Roma 1960 fra i mediomassimi, per protesta contro il mondo bianco che in un ristorante gli aveva negato il posto a tavola per il colore della sua pelle. Rischiò il carcere, fu sospeso dal mestiere di pugile per indegnità, venne riammesso al ring nel 1971, quando sul Vietnam molti statunitensi la pensavano come lui. E riuscì a riprendersi il titolo.

 

 Se una sua vittoria (Liston, la mafia…) è dubbia, le sue cinque sconfitte sono dovute a casualità di pugni “riusciti” o ad anagrafe all’occaso. Il primo che lo ha decisamente, chiaramente sconfitto si chiama Joe Frazier, e infatti la rivalità fra i due, affrontatisi tre volte (2 a 1 per il Nostro) è leggenda. Cassius Clay esordì alla boxe “pro” il 29 ottobre 1960 nella sua Louisville, battendo ai punti in sei riprese un certo Tonney Hunsacker.

 

L’ultimo suo match il’11 dicembre 1981, contro Trevor Berbick che vinse ai punti in dieci riprese. Ernie Shravers è stato, con Joe Frazier, l’altro che lo ha messo decisamente a terra.

 

Cassius Clay ha disputato nella carriera professionistica, dal 1961 al 1981, 61 incontri, vincendone 56, 37 dei quali per ko.

 

Dal 1981 dello stop definitivo Clay-Alì patisce i dolori, i problemi e le umiliazioni del morbo di Parkinson, che lo ha mostrato tremolante e patetico, quando, ai Giochi di Atlanta 1996, toccò a lui l’ultima fiaccola, quella con cui accendere il tripode nella cerimonia inaugurale (e fu allora che gli venne dato il fac-simile della medaglia di Roma buttata in un fiume). Ha avuto quattro mogli, ha collezionato sette figli. Una sua figlia, Laila, ha fatto pugilato, è stata la migliore al mondo, ha vinto 25 incontri su 25. Adesso lui sta molto male, ha anche tanti vuoti di memoria, recita le poesie che scriveva quando era un re. È riuscito a scampare al destino di povertà che sembra attendere quasi tutti i pugili milionari, ha i soldi anche per una sua fondazione per la lotta al Parkinson.

 

Tag(s) : #Sport

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