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“L’Italia perde le partite di calcio come se fossero guerre. Perde le guerre come se fossero partite di calcio”. Così Winston Churchill, in tempi non sospetti.

 

L’eliminazione dell’Italia dal mondiale di calcio viene vissuta quasi come un dramma nazionale.

Il calcio è un gioco. I professionisti sono ben pagati, ma resta sempre un gioco.

 

Lo sport è onesto e, in un certo senso, crudele: va avanti chi merita.

Gli altri restano indietro.

Vince chi ha forza, tecnica, ardore agonistico, passione, energia, organizzazione.

Se manca qualcosa, se non si hanno le sensazioni positive giuste, il castello crolla. Deve scattare l’alchimia,

Quell’alchimia che chi ha fatto sport ed ha vinto, anche in piccoli tornei, conosce e riconosce.

 

Nello sport si raccoglie quello che si semina.

Non sono i giocatori a seminare. Sono altri.

I giocatori soffrono di più per la sconfitta: per loro è l’occasione della vita. Il mondiale può essere un treno che passa una volta sola. Non è lo stesso per i vertici.

 

Il calcio è sempre stato usato come metafora della realtà e della società.

E’ anche diventato il sostitutivo (assolutamente meglio così) delle guerre tra stati evoluti. Un esempio di questo sono le dichiarazioni dei politici di mezzo mondo – velo pietoso -.

 

Un‘organizzazione di persone, per fare bene deve darsi degli obiettivi, deve avere una visione del domani, proporla, condividerla. Crederci e darsi da fare per raggiungerla.

 

Un sogno, una speranza da realizzare.

 

Senza avere fretta, senza schizofrenie.

Spalle grosse pronte a difendere un progetto buono.

In questo Mondiale e, forse, anche in questo periodo storico non è così.

Confusione.

 

Infatti, tornando ad un esempio calcistico, ci si affida a vaghe speranze: “Anche nell’82 abbiamo iniziato male”.

 

Se non c’è visione del futuro, è tutto inutile.

Ci si barcamena. Si galleggia e non si naviga.  Chi ha le più alte responsabilità nei confronti della comunità nazionale, in ogni settore (politica, sport, economia, socialità, giovani, famiglie) deve programmare.

 

Come, con pochissime risorse, fanno gli sport minori in vista delle Olimpiadi.

 

Altrimenti succedono cose strane.

Come i tagli alle Regioni ed ai Comuni.

Lo Stato centrale, non si guarda dentro, scarica le sue inefficienze sulle Regioni, tutte, senza tener conto delle loro situazioni specifiche.

E’ una di quelle strade buone per oggi, forse per domani mattina, ma già nebbiose durante la prossima settimana.

 

Tutti si possono sentire protagonisti anche nel fare le cose necessarie quotidiane, se sono per un obiettivo alto.

E’ frustrante, invece, doverle comunque fare se sono solo fini a loro stesse.

 

Le soluzioni di comodo, spicce, senza un occhio al domani, sono controproducenti. Rimandano i problemi che, con il tempo, diventano sempre più grandi.

 

Solo puntando in alto, programmando e costruendo insieme, in ogni settore,  si può seminare bene per raccogliere bene.

E se raccoglieranno altri, non sarà un problema.

Avremo fatto il nostro, nel piccolo e nel grande.

 

 

Nota storica.

La stampa ha paragonato l’eliminazione dal mondiale con la sconfitta subita dall’Italia dalla Corea del Nord nel 1966, ai mondiali d’Inghilterra.

 

La spedizione azzurra comprendeva un comasco: Luigi Meroni, talentuoso fuoriclasse in forza al Torino.

L’allenatore era Edmondo Fabbri.

Prima partita, vittoria non brillante. Seconda partita persa con l’URSS,

squadra solida, che non risparmiava colpi duri. Giocò Meroni, di corporatura esile. Non aveva paura di prendere i calci.

 

Alcuni dei nostri, in panchina forse per timore, pare dissero: “Tanto battiamo la Corea alla prossima e ci qualifichiamo”.

Infatti. 1 a 0 per la Corea. Segno Pak Doo Ik, militare coreano poi divenuto dentista. Meroni non giocò.

 

 Giocò Bulgarelli, con un ginocchio fuori posto. Infortunatosi durante la partita, lasciò la nazionale in 10 (non c'erano le sostituzioni).

 

Uno dei massimi indiziati della sconfitta fu proprio Meroni, che aveva avuto solo la possibilità di farsi pestare dai russi.  Ma i fatti contano poco quando gli obiettivi sul tavolo sono altri.

 

Tornarono a casa in aereo, aeroporto di Genova, scalo deciso all’ultimo momento per evitare le masse di tifosi. Che comunque erano presenti.

Gigi venne fatto uscire dalla porta principale, forse con un trucco. Qualcuno dice che si offrì lui per “salvare” i compagni.

Comunque, andò da solo in pasto ai tifosi.

 

Meroni era un bersaglio comodo: ragazzo libero ed indipendente, era già nel mirino del conservatorismo nazionale e di una mentalità ipocrita, perdente ed incapace di guardare al concreto.

 

Mai si tenne conto che era un giovane (23 anni) onesto, educato, professionale e buono. 

 

Su Meroni, Gianni Brera disse: "Era un simbolo di estri bizzarri e libertà sociali in un paese di quasi tutti conformisti sornioni ».

 

Dalla disfatta, si ricostruì. Nel 1968 la stessa ossatura di squadra, con Valcareggi allenatore, vinse il campionato Europeo.

Mancava, purtroppo, Gigi Meroni, morto investito da un auto nel 1967.

 

Nel 1970 lo stesso gruppo arrivò in finale Mondiale contro il Brasile, dopo aver battuto la Germania nella partita dello storico 4-3.

Per la cronaca, in finale vinse un Brasile troppo forte per chiunque. 4-1.

Tag(s) : #Sport

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